Vivremo meglio con le app?

E’ opinione comune che le app possano servire per migliorare le cure, offrendo un costante controllo del proprio stato di salute. Molti esperti hanno invece sostenuto che l’uso estensivo delle app potrà impoverire ulteriormente la relazione di cura con il proprio medico, che l’eccessiva attenzione al proprio stato di salute potrà creare ansia, prescrizione di ulteriori accertamenti, maggior ricorso a strutture sanitarie e interventi correttivi non sempre appropriati, che la salute sarà condizionata da algoritmi non adeguatamente validati (secondo alcune stime le app che riguardano il campo della salute sono tra le 30.000  e le 90.000) con conseguenze non prevedibili. Diventa pertanto indispensabile, prima di consigliare l’uso di un’app in campo medico, disporre di dati sperimentali che dimostrino nelle persone che la utilizzano una migliore qualità della vita e un minor numero di complicazioni e di eventi importanti rispetto a chi non la utilizza. Una delle prime verifiche è stata condotta con un’app che ha ottenuto i punteggi più elevati e che, tra le varie funzioni, aiuta a ricordarsi quando assumere le medicine. Tramite un questionario via internet sono stati selezionati 412 pazienti ipertesi che fossero in grado di misurarsi la pressione, avessero familiarità con le app e assumessero da 1 a 3 farmaci antipertensivi al giorno. A metà dei pazienti è stato indicato di scaricare l’app e di utilizzarla. Dopo 4 mesi coloro che avevano utilizzato l’app  avevano assunto le medicine con un po’ più regolarità, mentre i valori della pressione erano diminuiti in entrambi i gruppi di 10 mmHg in media. Non illudiamoci che le opportunità offerte dalla cosiddetta mobile health (mHealth)  garantiscano di per sé migliori cure e riduzione dei costi. Come per qualunque trattamento, solo i risultati di ricerche randomizzate e controllate potranno stabilire se possa essere utile consigliare l’uso di un’app che consenta un monitoraggio della propria salute.

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