Parole di guerra in medicina

Da decenni si discute sull‘uso delle metafore belliche quando si parla di malattie. I politici promettono “la guerra al cancro”, i medici sonno pronti a “combattere il cancro”, i pazienti guariti annunciano “ho vinto la mia battaglia”, chi vuole affrontare un trattamento estremo dice “non mi arrendo”, chi non ce la fa più a sopportare terapie devastanti confessa “ho alzato la bandiera bianca”. In questa logica si pone un’alternativa tossica tra combattere e arrendersi perché, sostiene Sunita Puri, direttore medico del servizio di cure palliative dell’University of South California (Los Angeles), si divide il mondo dei malati in vincitori e perdenti, quelli che “sconfiggono il cancro e quelli che ne vengono sconfitti’, creando un alone di disapprovazione intorno a chi non vuole più uscire dalla trincea per un ulteriore (magari inutile) assalto contro il nemico. Come se la guarigione fosse merito del coraggio personale e non della combinazione data dall’aggressività della malattia, dall’efficacia e dalla tempestività delle cure, dalla risposta dell’organismo, dall’interferenza di altre patologie e da altri imponderabili fattori. “Non potrebbe essere liberatorio, anziché un segno di impotenza, capire che il corpo – figlio del mondo naturale e soggetto alle sue leggi – ha i suoi limiti?”, aggiunge la dottoressa Puri. Il cancro, l’infarto, l’ictus non sono guerre da vincere o da perdere, ma malattie che medici e pazienti insieme affrontano, curano e magari riescono a guarire. Chi ha il cancro non diventa un guerriero, ma rimane semplicemente una persona che si dà da fare per vivere il meglio possibile e il più a lungo possibile, allontanando il momento della morte. Come ha scritto alla dottoressa Puri una giovane signora che ha preferito stare a casa accanto al marito e ai figli piccoli negli ultimi periodi della propria vita, invece che passarli in ospedale per sottoporsi a cicli di cura, “lasciarsi andare e arrendersi non sono la stessa cosa”.

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