Gli errori del riduttivismo nella cura dei pazienti

In varie parti del libro Troppa medicina ho considerato che siamo abituati a considerare i fenomeni biologici come se avvenissero in modo lineare, perché si tratta di un metodo semplice di ragionamento. Il corpo umano invece è un sistema complesso e quando pensiamo che a un disturbo corrisponda una malattia che può essere curata con una certa terapia, facciamo una semplificazione che può portare a grossolani errori. Uno degli esempi più evidenti è stato quello che ha inutilmente condizionato la medicina per un ventennio: l’uso della terapia ormonale per evitare l’insorgenza di malattie cardiovascolari nelle donne dopo la menopausa. Sapevamo da decenni che l’infarto cardiaco avviene di rado nelle donne in età fertile, ma aumenta successivamente, fino a raggiungere un’incidenza analoga a quella dei coetanei maschi. Il fenomeno, si pensò, sarà senz’altro dovuto alla riduzione dell’attività ormonale. Semplice Watson: somministriamo alle donne gli ormoni che non producono più spontaneamente ed evitiamo vengano colpite da infarto. Così dagli anni ’90, superata la fatidica data della menopausa, milioni di donne hanno cominciato ad applicare un cerotto con estrogeni e progestinici. Peccato che la terapia non abbia funzionato; anzi ogni 10mila donne in trattamento per un anno si è osservato un aumento di infarti, di ictus e di tumore alla mammella del 9% a fronte di una riduzione del diabete del 14% e delle fratture del 44%. Cosa è successo? Qualunque farmaco esplica molteplici azioni e non solo quella che ci piace o vogliamo sfruttare a scopo terapeutico, ma anche alcune che talvolta provano effetti peggiori di quelli vorremmo curare. Un approccio slow alla medicina richiede invece di aspettare la dimostrazione di efficacia, prima di estendere un trattamento a milioni di persone.

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